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DELFINI, ON.BRAMBILLA AL GOVERNO: QUALI PROVVEDIMENTI CONTRO LA CACCIA ILLEGALE?

Pubblicata il 14 Ottobre 2014

Con quali strumenti il governo intende contrastare il fenomeno della caccia illegale a delfini (soprattutto tursiopi e stenelle) effettuata per consumarne o commerciarne sottobanco la carne. Lo chiede l’on. Michela Vittoria Brambilla anche in rappresentanza della Federazione Italiana Associazioni Diritti Animali e Ambiente, in un’interrogazione ai ministri della Salute, dell’Ambiente e delle Politiche agricole, ispirata dalla triste fine del cucciolo di delfino “Goccia”, la cui carcassa è stata ritrovata la scorsa settimana sulla spiaggia di Golfo Aranci con la parte dorsale asportata. L’animale, insomma, sarebbe stato macellato per ricavarne il cosiddetto “musciame”: filetti da salare ed essiccare.
“Il caso – sottolinea la parlamentare – non appare isolato, ma emerge, in diversi territori Italiani e come già denunciato ampiamente da un Servizio televisivo de “Le Iene”, un vero e proprio sistema di cattura, uccisione, smembramento, trasporto, commercio e consegna degli animali appartenenti ad alcune specie protette di cetacei”. Con due risvolti preoccupanti, dai riflessi penali. Innanzitutto – nel bel mezzo del “Santuario dei cetacei” tra Sardegna, Corsica e Liguria – la cattura e l’uccisione di animali che per legge è vietato catturare ed uccidere, ma anche la circolazione di carne potenzialmente pericolosa per la salute. I delfini si collocano, infatti, la vertice della catena alimentare marina ed i loro tessuti contengono elevate concentrazioni di contaminanti organici persistenti (composti xenobiotici) e di parassiti nocivi.
Di qui la richiesta al governo di intervenire per fermare questa attività illecita e punire adeguatamente i colpevoli.
“I delfini – ricorda Ilaria Ferri, direttore scientifico dell’Enpa – non possono in alcun modo essere pescati, uccisi, commercializzati e destinati al consumo alimentare, anche perché le loro carni sono altamente pericolose per la salute umana. Non si tratta solo di un problema penale, ma sanitario”.

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