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BRAMBILLA:”L’ALFABETO ECONOMICO DI MICHELA BRAMBILLA”

Pubblicata il 12 Settembre 2007

“Abbattimento della pressione fiscale. Tagli alla spesa pubblica. Politiche per la famiglia. E grande attenzione al suo mondo: l’impresa. Al quale vorrebbe consegnare la riforma dell’articolo 18 e la reintroduzione della dual income tax, abolita proprio dal centrodestra. L’alfabeto economico di Michela Vittoria Brambilla gira attorno a questi punti cardinali. In attesa di misurarsi con le sfide della politica concreta. Sfide che partiranno dalle prossime amministrative in alcuni Comuni, come Courmayeur e Sestri Levante, dove i Circoli locali stanno valutando la possibilità di un impegno diretto con un proprio simbolo.
Tutti banchi di prova da affrontare con un folto gruppo di economisti al fianco. In primo luogo, Carlo Mochi, ex direttore del centro studi di Confcommercio. Oltre alla squadra di Maurizio Del Tenno, vicepresidente dei Circoli, proveniente da Confartigianato. Che, al momento, sta lavorando in prima persona al prossimo appuntamento-chiave: il meeting nazionale del 6 ottobre a Roma. Al quale sono attesi Silvio Berlusconi e i delegati locali dell’associazione, secondo Del Tenno «dai 3mila  ai 5mila». Tutti in rappresentanza dei Circoli che, conferma Brambilla, «attualmente sono più di 5mila», da distinguere «Circoli piccoli da 30/40 persone e Circoli che ne riuniscono anche mille». Decliniamo allora l’alfabeto della “brambillanomics”:
A come articolo 18. Rivedere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è «auspicabile», ma occorre farlo «in una direzione equilibrata che non porti alla libertà di licenziamento senza giustificati motivi». Una riforma necessaria soprattutto per attaccare i fannulloni nella PA, sui quali adesso «bisogna intervenire».
B come bonus figli. Per Brambilla è «solo un palliativo». Bisogna produrre più «servizi sociali, gli unici che possono sostenere la maternità e quindi una ripresa della natalità». Come succede al Nord: «Nelle Regioni dove questi servizi sono più efficienti, ad esempio Lombardia e Veneto, il tasso di natalità cresce».
C come casa. D’accordo con l’abbattimento dell’Ici sulla prima casa. Ma serve attenzione perché «oggi porta direttamente ai Comuni 10 miliardi di euro, di cui un terzo dalla prima casa». Dove trovare, allora, le risorse? Non nella revisione degli estimi, perché in quel caso «i proprietari finirebbero con lo stare peggio», ma «nei tagli alla spesa pubblica». Tagli che potrebbero finanziare una misura sulla quale Brambilla concorda con Francesco Rutelli: «Un’aliquota unica sugli affitti, ad esempio del 20%, potrebbe raffreddare la spinta agli aumenti degli ultimi anni».
D come dual income tax. Male ha fatto il vicepresidente di Forza Italia, Giulio Tremonti, ad abolirla. Brambilla la rivorrebbe come strumento che premi gli investimenti delle imprese. Sempre però che «tale riforma preveda anche specifici provvedimenti a favore delle Pmi».
E come età pensionabile. L’equiparazione uomo-donna sul fronte dell’età pensionabile incontra i suoi favori, ma «solo in linea teorica». Perché «sono ancora troppi i fattori che penalizzano il lavoro femminile». Un uguale trattamento potrà esserci solo «a condizione che sul lavoro non ci siano sperequazioni»». Quindi, parità di carriera e retribuzioni, più tutele alla maternità e strutture di supporto come gli asili nido.
F come forfettone. La semplificazione del regime di contribuzione di microimprese e autonomi sarebbe utile. Attenzione, però, a non sopravvalutare «il reddito degli autonomi e delle Pmi sulla base degli indicatori Istat». Per non cadere in errori, bisogna sempre «guardare alle loro reali performance».
G come Grandi (Alfiero). Mai alzare la pressione fiscale. Neppure nel caso dell’aumento dal 12,5% al 20% delle aliquote sulle rendite finanziarie, ipotizzato dal sottosegretario all’Economia per allinearci al resto d’Europa. Un provvedimento che colpirebbe «quei milioni di piccoli risparmiatori che, per tenersi qualcosa da parte, acquistano Bot e CCT». I grandi patrimoni riuscirebbero, invece, a riposizionarsi «in altre sedi fiscalmente più favorevoli».
I come imprese. Bene lo scambio, ipotizzato da Confindustria, tra cinque punti di Ires e incentivi. Male il fatto che il provvedimento escluderebbe le Pmi, fuori dal sistema di incentivi a causa di «alcuni paletti». Esattamente come è successo per i tagli al cuneo fiscale «dai quali è rimasta fuori la gran parte del settore, essendo i benefici legati al numero di dipendenti». In questo modo, si assicura «la crescita solo a un ristretto gruppo di imprese, continuando a dimenticare che le Pmi producono due terzi del Pil». Incisiva sarebbe anche una revisione dell’Irap, per esempio attraverso l’esclusione del costo del lavoro dalla base imponibile. Anche in questo caso, però, servirebbero «misure per le aziende che, pur avendo pochi i dipendenti, pagano ugualmente i l’Irap per le voci che compongono l’imponibile, cioè l’imponibile Irpef, il costo dei soggetti parasubordinati, gli interessi passivi, i proventi straordinari».
L come liberalizzazioni. Bocciate le lenzuolate di Bersani, ridottesi a «un insignificante lenzuolino». Per liberalizzare bisognerebbe, anzitutto, «privatizzare fette consistenti del patrimonio dello Stato, in modo da offrire ai privati opportunità produttive nell’uso dei beni demaniali». Insomma, «vendere gran parte del patrimonio immobiliare pubblico». Una misura che sarebbe utile anche ad abbattere il debito. Allo stesso tempo, si deve agire su settori come «l’energia o i servizi gestiti dallo Stato».
O come orari di lavoro. Nel commercio la parola-chiave è deregulation. «Mi pare che in questi ultimi anni si siano fatti molti passi in avanti». E attenzione ad adeguarsi alle diverse esigenze delle varie realtà locali «Per questo credo che il principio più valido sia l’autoregolamentazione».
P come Pubblica amministrazione. È nel settore della spesa pubblica che occorre reperire le risorse perdute. «Oggi la Pubblica amministrazione ha un costo troppo elevato rispetto alla sua efficienza». Un recupero che va ottenuto tagliando «quel tanto che c’è di superfluo». In primo luogo, sul fronte del costo lavoro. «Il ministro Nicolais appena insediato un anno e mezzo fa aveva detto che c’erano almeno 500-600 mila esuberi nella PA. Oggi sembra che nessuno se lo ricordi».
W come welfare. La riforma Maroni andava lasciata in piedi «primo per il minor costo, secondo perché ci avrebbe avvicinato alla realtà europea». Sul fronte del lavoro, invece, il riferimento è la Biagi. Un provvedimento valido ma da completare introducendo «misure per l’unificazione dei trattamenti di disoccupazione e di mobilità e per migliorare la disciplina dei contratti di inserimento».”
Il Sole 24 Ore, Giuseppe Latour, 12/09/07

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