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BRAMBILLA:”CI SONO CIRCOLI CHE UNISCONO E CIRCOLI CHE DIVIDONO”

Pubblicata il 6 Maggio 2010

MAR_1798OKMichela Vittoria Brambilla, ministro del Turismo, “Generazione Italia” non nasce dalle Iniziative movimentiste del Pdl di cui è responsabile. Cos’è allora?
«Credo si possa definire come lo strumento che il presidente Fini si è dato per realizzare un suo personale disegno politico. E che intende essere, in alcune parti, apertamente conflittuale con la linea espressa dalla stragrande maggioranza del Pdl».
Essendo strutturata in circoli può definirsi copia di analoghe iniziative come i Circoli della Libertà?
«Beh, un po’ più di originalità sarebbe stata preferibile. La differenza non è nella forma ma nelle motivazioni. Ci sono circoli che servono per allargare e radicare sul territorio il consenso del Pdl e circoli che invece puntano a creare divisioni strumentali. I Circoli della Libertà hanno contribuito alla nascita del Pdl e oggi operano all’interno dei Promotori della Libertà».
Il ricorso a Internet di Fini sembra seguire la linea di Berlusconi.
«È un dato di fatto che Berlusconi abbia iniziato ad utilizzarlo regolarmente e che manterrà questo filo diretto. Capisco che si tenti di copiare un’iniziativa che, grazie a Berlusconi, ha avuto successo. Ma sul successo che potranno ottenere queste imitazioni mi permetta di esprimere più di un dubbio».
C’ è un rischio di correntismo post-Dc nel Pdl?
«Il Pdl ha avuto alle elezioni un così straordinario consenso proprio perché ha di mostrato di saper gettare alle ortiche gli schemi della Prima Repubblica. Queste per il Pdl sono logiche ormai morte e sepolte».
Può un presidente di una Camera organizzare un movimento alternativo al presidente del partito da cui proviene?
«No. In passato chiunque ha svolto le funzioni di terza carica dello Stato ha sempre preso le distanze dalla lotta politica attiva. Per non confondere i ruoli e svilire quello istituzionale. Credo che, oggi, ci troviamo di fronte ad una situazione a dir poco anomala».
I Promotori della Libertà, che hanno ricevuto l’adesione dei ministri Bondi e Alfano, come si inseriscono nel contesto?
«È l’organizzazione movimentista ufficiale del Pdl ed occorre essere tesserati per aderirvi. Non a caso i Promotori rispondono direttamente al presidente Berlusconi, sono coordinati da me e Sandro Bandi è il responsabile del settore cultura e formazione. Che partecipino anche i più autorevoli esponenti del governo mi pare cosa fin troppo ovvia».
Il federalismo fiscale può diventare uno scoglio visto che i finiani sono più sensibili ai ddl anticorruzione?
«Credo che debbano mettersi il cuore in pace perché governo e maggioranza sono fermamente determinati a fare sia l’una che l’altra cosa nei tempi più rapidi possibili. II presidente Fini ha assicurato la massima lealtà, iI federalismo fiscale sarà la cartina dì tornasole».
Le dimissioni di Scajola sono un’occasione, seppur spiacevole, per ristrutturare governo e Pdl?
«Un gesto esemplare di responsabilità politica e istituzionale, ma non vedo come questo caso personale possa alterare gli equilibri. Non credo che il governo debba essere ristrutturato. Ha funzionato e funziona bene. Lo stesso vale per il partito».
Le tensioni possono stemperarsi ricorrendo alle urne?
«E ridai con i giochi della vecchia politica! Può stare certo che Pdl e Lega non hanno alcuna intenzione di cadere in questi tranelli. Il Paese ha bisogno di essere governato. E il buon senso esclude una crisi a causa di tensioni interne alla maggioranza. La legislatura andrà avanti fino alle fine a dispetto di chi, non volendo le riforme, cerca in ogni modo di metterci i bastoni fra le ruote».
Da ministro del Turismo, settore organizzato su base regionale, cosa pensa del patriottismo finiano?
«II federalismo non è sinonimo di divisione ma di unità diversa e alternativa al centralismo. Il turismo ne è la riprova: l’azione delle Regioni s’intreccia con il coordinamento del ministero. Cosa c’è di più patriottico del Pdl che ha raccolto alle politiche più voti di quanti ne abbia mai avuti un altro partito dalla nascita della Repubblica?».

Gian Maria De Francesco, “il Giornale”, 5 maggio 2010

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