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BRAMBILLA:”SI VOLTA PAGINA”

Pubblicata il 9 Maggio 2008

“C’è tutta la forza dei numeri e delle statistiche a convalidare – e così anche a giustificare – i motivi che, parlando di sicurezza, possono aver portato oggi il cittadino ad un stato di inquietudine tale da sconfinare ormai sempre più spesso in forme di vera e propria esasperazione. Ricordiamo almeno quattro dati.
1 – Il 62% dei condannati per reati gravi quali l’omicidio, lo spaccio di droga, lo stupro e la pedofilia è rimesso in libertà dopo aver scontato meno di un terzo della pena inflitta. Ma può accadere che molti, per ragioni di buona condotta sommariamente diagnosticate da qualche giudice,vengano scarcerati anche prima. Così, ad esempio, per uno spacciatore di cocaina la detenzione finisce per essere solo un breve periodo di riposo: un mese di sbarre e poi si ricomincia.
2 – Buona parte dei reati contro il patrimonio, che è poi un modo di delinquere grave come tanti altri, cade in prescrizione prima ancora che si sia arrivati al primo grado di giudizio. E di carcere nemmeno un giorno, se la difesa sa usare bene i propri strumenti legali. Le lungaggini delle cancellerie dei tribunali fanno il resto.
3 – Non solo metà della nostra popolazione carceraria è composta da immigrati, ma anche negli istituti di pena destinati ai minori, gli stranieri al di sopra dei 14 anni sono la maggioranza. E chi poi – pensiamo a quel che succede nei campi rom – fa furti e rapine anche sotto questa età, entra ed esce dalle cosiddette comunità protette come vuole,perché non ci sono controlli.
4 – E poi guai al cittadino che, in base alle norme del codice civile, pretende dal tribunale un giusto risarcimento al danno che ha subito. Se gli va bene, deve aspettare almeno dodici anni, perché il relativo processo possa andare a sentenza. Nel frattempo, come è accaduto, egli potrebbe anche essere morto. Nessuno più si meraviglia che l’inquietudine del cittadino abbia ormai raggiunto picchi così elevati. Anche qui valgono le statistiche: almeno il 65% degli elettori è andato alle urne, votando poi in un certo modo piuttosto che in un altro, proprio perché esasperato non solo dai devastanti problemi che, nelle grandi come nelle piccole città, si sono ora aperti con l’immigrazione clandestina,ma anche da una situazione della sicurezza che, nel suo complesso, pare aver annullato ogni diritto e smarginato ogni principio di legalità. Tanto che, in alcune delle grandi periferie metropolitane, l’unica legge ancora in vigore è quella che era in uso nel vecchio Far West. Siamo quindi di fronte ad un problema enorme che non si risolve facendo soltanto proclami di “tolleranza zero”. Certo servono anch’essi, perché liberare le nostre strade da migliaia di clandestini – oggi più di due milioni in tutt’Italia – sarebbe già un buon inizio, un segnale di cambiamento, insomma un primo passo per riconquistare, almeno sui marciapiedi, un po’ della perduta legalità. Come sarebbe anche importante che lo Stato riuscisse finalmente a rendere operative le norme che sono in vigore in materia di espulsioni. Ma è chiaro che ci vuole anche altro. E l’altro è affrontare, con cognizione di causa e mettendo finalmente mano a riforme adeguate, il problema di un apparato giudiziario che più “vetero”, scollato e farraginoso di così non potrebbe essere. Nessuno pensa di voler, in qualche modo, intaccare l’autonomia della magistratura. Però ci deve essere pure un modo per mettere di fronte alle proprie responsabilità un magistrato che a Gela ha lasciato per otto anni in un cassetto un ingombrante faldone di istruttoria giudiziaria che da tempo avrebbe dovuto mandare in carcere un buon numero di mafiosi. Certo anche i magistrati hanno strutture di autocontrollo, ma la domanda è: queste strutture funzionano davvero nel modo con cui dovrebbero funzionare? E non me la prendo nemmeno con i cancellieri dei Tribunale, costretti, in mancanza di una informatizzazione di tutto il sistema giudiziario, a protocollare e poi a trasferire da una sede all’altra milioni e milioni di plichi cartacei che ingorgano tavoli e segreteria e spesso si perdono persino per strada. Ma qualcuno che ponga finalmente fine a tutto questo marasma ci deve pur essere, e non mi pare che l’autorità legislativa, cioè il Parlamento,possa ancora sottrarsi a questo compito. Le forze di polizia poi sono, dal canto loro, disperate e mi sembra che ne abbiano tutte le ragioni. Il governo Prodi le ha snobbate ritenendo – è stato sempre questo, del resto, il refrain della nostra sinistra più radicale – che esse, come braccio armato della borghesia,dovessero essere messe in un angolo. E, difatti, al ministero dell’Interno, in questi due ultimi anni, le risorse sono state talmente razionate da rendere difficile persino il saldo delle fatture delle officine che riparavano le volanti. E poi, per motivi analoghi, è stato chiesto loro di chiudere anche un occhio sui clandestini che, vendendo merce contraffatta, ingombravano tutti i marciapiedi delle nostre città o addirittura ” spacciavano”nelle periferie. Del resto, lo stesso ministro dell’Interno, Giuliano Amato, ha ammesso che, in tema di sicurezza, anche il suo Governo “ha commesso troppi errori”. E che dire del fatto che persino il sindaco di Bologna Cofferati, per supplire, in qualche modo, a questa clamorosa devianza ideologica e politica del governo, ha deciso di autorizzare,nella sua città,ogni specie di “ronde”? Ma, per fortuna, è acqua passata. Ora si volta pagina anche se non sarà facile ricostruire,in poco tempo, una rete di controlli che prima di tutto “rimetta in sicurezza”, come si fa con i vecchi ascensori, le nostre aree metropolitane. Però è da qui che bisogna ricominciare, perché è proprio su questo problema che l’elettore attende ora al varco il nuovo Governo. E non c’è tempo da perdere.

Michela Vittoria Brambilla, Il Giornale della Libertà, 9 maggio 2008″

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