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BRAMBILLA:”UNA VITTORIA PER L’ECONOMIA”

Pubblicata il 29 Marzo 2007

“Bella. Giovane. Madre. E di successo. Sembra sfidare tutti i luoghi comuni Michela Vittoria Brambilla. Con un passato da Miss e una parentesi come giornalista televisiva nelle reti Mediaset, la “rossa” dell’economia italiana alla guida dei giovani imprenditori di Confcommercio, da tre mesi ha assunto la presidenza nazionale dei Circoli della Libertà. «Quando nel 1994 il Presidente Berlusconi fece la sua scelta di scendere in campo – spiega Michela Vittoria Brambilla – interpretò lo spirito di tanti italiani. Lo stesso spirito che oggi caratterizza l’impegno dei Circoli della Libertà». Un successo quello del Cavaliere dovuto alla sua «mentalità, all’approccio ai problemi e alla sensibilità di chi non aspetta la soluzione dagli altri, ma si adopera per risolvere quello che può. Subito». Insomma, Berlusconi non si limita a parlare ma «si rimbocca le maniche. Interviene», continua con entusiasmo la presidente. «È questo spirito che Berlusconi incarna e rappresenta. Da imprenditore e da politico “non politicante”. I giovani lo sentono. Così come lo percepiscono gli imprenditori: no allo statalismo, all’assistenzialismo, alla burocrazia improduttiva.
Si alla libertà, personale, sociale ed economica». Un modo di porsi che non appartiene però solo gli imprenditori. «In Italia ci sono molti lavoratori, non solo quelli autonomi, che sono imprenditori di se stessi». E uno spirito che appatiene anche a Michela Vittoria Brambilla che si è rimboccata le maniche. Da subito. La lady d’acciaio appartiene alla quarta generazione di una famiglia di industriali proprietari delle Trafilerie Brambilla spa, industria con sede in provincia di Lecco. In un primo momento ha affiancato il padre Vittorio come amministratore delegato nell’impresa di famiglia, per cominciare poi a muoversi sulle sue gambe. Così, dal nulla, ha creato un gruppo che in pochi anni è diventato leader nella distribuzione alimentare del fresco. Una carriera fulminante, premiata lo scorso anno, dal riconoscimento del ministero delle Attività Produttive, “Le migliori imprese al femminile”. Tanto che una recente indagine l’ha inserita tra le prime trenta donne italiane dell’economia. Un percorso, il suo, tutto in ascesa. Tre anni fa arriva infatti come un tornado ai vertici della Confcommercio, diventando autorevole ed energica portavoce di 300mila imprenditori “under 40”. «I giovani sono un fattore di crescita a cui si presta troppa poca attenzione», ha dichiarato recentemente. Perché «i giovani, come le donne, sono una delle risorse trascurate nella società italiana. Nel lavoro, come in politica», «sono la benzina per l’impresa-motore, il carburante per sostenere il viaggio verso lo sviluppo». E non considerare questa risorsa non solo «è un peccato» ma, mette in guardia con piglio sicuro, «è una responsabilità grave di chi governa e dirige il nostro Paese».
Presidente Brambilla, come fa a conciliare l’impegno professionale con il più recente impegno politico?
«Politico? No. Diciamo: prepolitico. Il mio è piuttosto un impegno sociale. I Circoli della Libertà che ho l’onore di presiedere sono un movimento di aggregazione di persone che vogliono partecipare attivamente e direttamente al futuro del nostro Paese. Conciliare lavoro e impegno sociale è più facile di quanto si creda. A volte è faticoso, ma motivazione e organizzazione sono decisive. E io sono motivata e organizzata».
Quali sono state le difficoltà e gli ostacoli che ha dovuto affrontare come imprenditrice?
«Il vero problema è conciliare la maternità e la famiglia con tutto il resto. Io ho un figlio, Vittorio, che ha due anni. Essere madre e lavorare è il vero problema. Non a caso la maternità è uno dei fattori che più di frequente in Italia provoca la fine dei rapporti di lavoro per le donne. Non è discriminazione attiva, ma assenza di strumenti di sostegno familiare».
Secondo una recente indagine lei è una delle 30 donne più influenti nel nostro Paese. Ma in Italia l’azienda in rosa è ancora una rarità. Quali sono le prospettive future?
«Purtroppo è così. Ma qualcosa sta cambiando. In Lombardia soprattutto. E vero che le imprese a guida femminile non superano il milione in Italia e che il loro fatturato vale meno del 9% del totale nazionale. Tuttavia c’è il segno di una crescita costante. Diciamo al ritmo del 2% all’anno. La Lombardia, da sola, vale il 20% della quota rosa nazionale».
E quanto vale il commercio in questo mercato al femminile?
«Il commercio rappresenta circa un terzo di questo mercato al femminile. Un’impresa rosa su tre si occupa di attività commerciali. C’è un’abitudine più consolidata. Ma c’è molto da fare anche in altri settori. Prendiamo il management. Solo il 5% dei dirigenti d’azienda è donna. Eppure il tasso di scolarizzazione è più alto rispetto ai maschi:
il 70% delle donne manager è laureato, contro solo il 62% degli uomini».
Parliamo di retribuzioni.
«Secondo l’Unione europea la disparità derivante dal genere, a parità di orario e di mansione, è del 15%. In Italia va un po’ meglio rispetto alla media europea, ma la differenza c’è. Più in generale, oltre alle considerazioni sul management o sull’imprenditoria, anche il livello occupazionale continua a essere un problema. In Italia, a fronte di una disoccupazione ormai quasi sotto il 7%, la disoccupazione femminile è intorno al 10%. In linea con il dato medio europeo».
Che cosa si potrebbe fare, secondo lei, di più e di meglio per sostenere l’impresa italiana?
«Per tanti anni gli imprenditori hanno fatto tutto da sé. Non parlo delle pochissime grandi aziende che hanno ottenuto sostegni dallo Stato. Parlo dell’imprenditoria diffusa, quella di piccole o di piccolissime dimensioni che opera soprattutto nel settore del terziario e dell’artigianato. Quella che costituisce il 95% del totale nazionale. Quella radicata fortemente nel Nord del Paese. Qualche anno fa si indicava il Nord Est, oggi direi che il tessuto del Nord Ovest si è dimostrato più solido, più reattivo e più competitivo”.
Lei ha dichiarato: «Una Finanziaria che si dimentica dei giovani è una manovra che offre un motivo in più per essere bocciata». Quale ricaduta ha avuto sul mondo imprenditoriale la manovra targata Prodi?
«Una ricaduta più che negativa, senza dubbio. La pressione fiscale si è alzata come in nessun altro Paese europeo. Il cuneo fiscale promesso è appeso al sì di Bruxelles, ma con molte incertezze sui tempi e sui contenuti. Di fatto quella che era la promessa fondamentale del centrosinistra alle scorse elezioni, si è rivelata una bufala. Il negoziato con la Ue si è visto essere molto complesso. Di certo, per i prossimi mesi non arriverà nessuno sgravio alle aziende. La manovra sul Tfr ha colpito seriamente i percorsi di finanziamento tradizionale di molte piccole e medie imprese: solo quelle al di sotto dei 50 dipendenti si sono, diciamo così, salvate».
Dunque la sua è una bocciatura senza appello della politica economica degli ultimi 10 mesi.
«La bocciatura del governo Prodi non è solo una mia opinione. Basta rileggere i giudizi che si sono susseguiti, dalla Finanziaria in avanti, da parte di tutti i vertici di Confindustria, oltre che da quelli della mia associazione, Confcommercio».
Da Berlusconi a Prodi. Come aveva affrontato i problemi dell’economia e del welfare il governo precedente?
«Il governo Berlusconi ha messo in atto una serie di riforme strutturali che stavano disegnando una nuova cornice di azione per gli imprenditori italiani. Pensiamo alla riforma del mercato del lavoro. La legge Biagi ha prodotto effetti positivi per i lavoratori e per le imprese, che non hanno nessun interesse a non assumere. Chiedono solo flessibilità. E poi pensiamo alla riforma Maroni sulle pensioni e agli interventi avviati dal ministro Tremonti sui conti pubblici. Tanto contestati all’epoca, tanto apprezzati oggi, a fronte di conti positivi sul piano fiscale e sul fabbisogno pubblico».
Oggi però il panorama economico, nazionale e internazionale, sembra avere segni di ripresa.
«Ci vuole prudenza e determinazione. Prudenza per non sciupare questa ripresa, in atto anche in Italia, sebbene la nostra velocità sia quasi la metà di quella di molti nostri concorrenti: vediamo il tasso di crescita della Spagna. E determinazione per sostenere questi segnali».
Lei cosa suggerisce?
«La ricetta non è facile, ma una regola fondamentale è non reprimere i segnali di ripresa: la tassazione esasperata è invece l’esatto contrario. La pressione fiscale, grazie al Governo Prodi, è cresciuta di almeno 4 punti percentuali. Oggi siamo quasi al 43% del Pil. Una follia. Anche perché il maxi-gettito fiscale del 2006 è frutto del dinamismo delle nostre imprese. Più ordini, più fatturato, più imposte per lo Stato. Ma lo Stato non deve esagerare. Guai a spremere imprese e cittadini, si reprime la loro voglia di fare e di intraprendere. Infatti la ripresa del 2006 è figlia della riduzione fiscale avviata dal Governo Berlusconi».
Quindi meno fisco. E poi?
«Controllo della spesa pubblica. Riduzione del peso della burocrazia. Le imprese italiane hanno bisogno di un contesto normativo chiaro, certo e leggero. E le aziende vogliono vedere applicato al sistema pubblico lo stesso rigore che il privato impone a se stesso. Nelle retribuzioni ad esempio: i salari dei dipendenti pubblici sono cresciuti del 15% in più rispetto a quelli delle imprese private, negli ultimi anni. E inaccettabile. Anche a fronte di una mancata riforma della Pubblica amministrazione: la meritocrazia deve essere la regola in ogni attività. Pubblica o privata. E invece…».
La ripresa economica per consolidarsi ha bisogno della fiducia dei cittadini che si traduce in disponibilità di spesa.
«E infatti i consumi interni calano. Purtroppo. La nostra ripresa economica è agganciata alla forza delle imprese italiane che esportano. Se togliessimo l’export la nostra economia avrebbe un saldo negativo. I consumi negli ultimi mesi del 2006 sono scesi di circa tre decimi di punto. E quando non si consuma vuoi dire che non c’è fiducia. Di fronte alla tassazione selvaggia e iniqua imposta dalla Finanziaria del governo Prodi è ovvio che gli italiani si siano fatti prudenti. Lo si è visto con le buste paga di gennaio, lo si vedrà ancora meglio dopo quelle di marzo, quando scatteranno le prime addizionali Irpef. Insomma, gli italiani si trovano in tasca meno soldi dello scorso anno».”
Dossier Lombardia, Maria Elena Golfarelli, 29/03/07

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