E invece?
«Ero lì come rappresentante delle tre aziende di famiglia: le Trafilerie Brambilla, fondate dal mio bisnonno, il gruppo-Sal e la Sotra Coast International. Mi dissi: questo qui mi piace, ha ragione, le sue idee sono giuste. Vede, io ho la conformazione della spugnetta, cerco di imparare da chiunque. Il Berlusconi imprenditore riuniva periodicamente tutti i suoi dipendenti, fino all’ultimo dei capimastri o dei cameraman, perché sa benissimo che quando s’inceppa anche una sola rotellina dell’ingranaggio non gira più niente. Io ho sempre fatto lo stesso: un incontro settimanale con le maestranze, dal direttore generale agli autisti. Perciò il giorno dopo disposi un bonifico di 50 milioni di lire a suo favore».
Erano soldi.
«Sono soldi anche adesso. Tanto più che venivano dal mio conto corrente personale. Quando corsi a leggere su Milano Finanza che cosa avevano versato gli altri 180 commensali, il Gotha dell’imprenditoria lombarda, trovai solo cinque-sei nomi. Di quelli che erano seduti al mio tavolo, manco uno».
Fece breccia nel portafoglio del Cavaliere.
«Faccio solo quello in cui credo e credo in quello che faccio. Non vorrei che sembrasse una marzullata, ma è così. Da altre parti avrei dovuto lucidare scrivanie per dieci anni prima di arrivare dove sono arrivata».
Mi racconti come c’è arrivata.
«Molto semplice. Nell’aprile del 2003 mi elessero presidente dei giovani di Confcommercio per la provincia di Lecco. A novembre ero già presidente nazionale di categoria. Gli under 40 di Confcommercio non se li filava nessuno, mica come i giovani di Confindustria. Eppure stiamo parlando di un milione di aziende impegnate nel commercio, nei servizi e nel turismo, fino ad allora trascurate da tutti i governi, che hanno sempre avuto un occhio di riguardo solo per le grandi imprese. Nel 2005 il presidente di Confcommercio, Sergio Billè, si dimise e io nell’interregno mi trovai in prima linea a difendere le ragioni della categoria a Porta a porta piuttosto che a Ballarò».
Si fece notare.
«Non è questo il punto. Il governo Prodi stava preparando una finanziaria devastante, venivamo dipinti come il disonore d’Italia, i grandi evasori, quelli con i conti alle isole Cayman. Non sapevo come uscire dall’angolo. Chiesi un appuntamento a Berlusconi, sicura che m’avrebbe dato qualche ottimo consiglio. Gli portai la rassegna stampa. Cominciò a sfogliarla. L’occhio gli cadde su un articolo del Corriere della Sera , intitolato “La pasionaria di Confcommercio”. Chiuse il malloppo: “Quanti associati rappresenti? Un milione? Pochi. Per rifare la politica ne servono dieci volte di più. Ma gli imprenditori sono soltanto capaci di lamentarsi dei parlamentari. Troppo comodo. Perché non metti da parte per un po’ di anni il tuo profitto e non mi aiuti a rifondare l’azienda Italia?”. Gli obiettai: la politica è compromesso. Mi rispose: “Appunto, cambiamola”. Un minuto dopo gli avevo già detto sì».



