BRAMBILLA: “CERCO DI IMPARARE DA CHIUNQUE”

Adesso il premier do­vrebbe darle il posto che fu di Claudio Scajola: in fin dei con­ti il turismo è la pri­ma industria nazio­nale.
«È il nostro asset strate­gico, non v’è dubbio. Non a caso il presidente del Consiglio ha vo­luto staccarlo dalle altre attività produttive, creando un apposito ministero. L’Italia ne­gli anni Cinquanta era la prima destinazio­ne al mondo. Poi il turismo è stato derubrica­to a folclore. E pensare che invece è l’unica industria che non delocalizzerà mai. Ogni euro investito resta qui».
Corre voce che lei volesse ingaggiare So­fia Loren come testimonial, a titolo gra­tuito, di una campagna per il rilancio del turismo in Italia, ma che l’attrice abbia chiesto un cachet da 2 milioni di euro.
«Falso. È vero invece che ho commissionato al sondaggista Nicola Piepoli una ricerca sui personaggi italiani più conosciuti all’estero, target sciura Gina per capirci, e fra questi c’era anche la Loren, insieme con Giorgio Armani, Andrea Bocelli, Silvio Berlusconi e un campione che in questo momento non mi ricordo perché sono negata per lo sport. Risultato: nei mercati emergenti, Cina e Rus­sia, più dell’80% degli intervistati ha indica­to il nostro premier. Tant’è che gli spot istitu­zionali per invitare a riscoprire l’Italia come meta turistica hanno la voce di Berlusconi».
Da ministro del Turismo non può certo andare in vacanza all’estero. Quindi do­ve va?
«Non vado. Sono troppo impegnata a man­dare in vacanza gli altri. Forse a Ferragosto riuscirò a fare una puntata a Cesenatico, la cittadina d’origine di mia madre, dove ho sempre passato le mie estati fin da bambina. Tranne una volta: rimasi a casa con mio pa­dre perché s’era ammalata Palmira, la mia papera prediletta, e dovevo imboccarla. Guarì. Le procurai un marito-palindromo, Arimlap, ma siccome non volevo tagliargli le ali, un giorno volò via».
Disperazione.
«Bussai alle porte delle case accanto alla no­stra, per vedere se il pa­pero non fosse finito in qualche giardino. “Ah, era tuo?”, disse la mo­glie di un vicino, e mi mi­se in mano Arimlap già spennato, pronto per es­sere cucinato. Ancora me lo sogno di notte».
Ma se potesse parti­re, dove vorrebbe an­dare in vacanza?
«Da trent’anni soffro di mal d’Africa. Mi vedrei bene a cavallo fra Ruan­da e Zaire. Ho lasciato il cuore nel Parco del Vi­runga, dov’ero andata per un reportage sui go­rilla di montagna».
Come Dian Fossey, autrice di Gorilla nel­la nebbia.
«Ecco, proprio come lei fino in fondo magari no… ». (La zoologa statu­nitense fu assassinata nel 1985 con lo stesso ma­chete che i bracconieri usavano per uccidere i gorilla). «In Africa an­drei a vivere per sem­pre».
Ma è vero che quan­do aveva 9 anni i suoi le regalarono un leo­ne?
«Sì, Rumba, una leones­sa. Era stata tolta alla mamma che non la allat­tava. Ce la portammo a casa per non farla finire in un piccolo zoo. Aveva appena un mese. Solo che non c’era verso di farla mangiare. Arrivammo a offrirle il filetto. Niente. Allora mia madre tornò preoccupata dall’allevato­re. Quello trasse dal frigo una testa di mucca e la spaccò a metà con un colpo d’ascia: “Si fa così”, e la porse a Rumba, che si mise a divorarla. Non avendo un simile coraggio, e neanche un freezer di quelle dimensioni, i miei preferirono affidare la cucciola a un parco faunistico».
Con lei che piangeva a dirotto, suppon­go.
«Per rifarmi anche sabato scorso ero nella nursery delle Cornelle a giocare, sdraiata per terra, con due piccole tigri. Lavorare lì è sempre stato il mio sogno».